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3 mag 2011

I Can No Longer Associate Myself Curated by Stefano Mandracchia

I CAN NO LONGER ASSOCIATE MYSELF è una collettiva omaggio al film Rosemary’s baby di Roman Polanski. Le case nei film del regista polacco-francese sono spesso animate dai segni e dai ricordi di chi le vive o di chi le ha vissute, sono organismi viventi dove le tracce del passato sono inquietanti protagonisti della pellicola. Con questo richiamo alle stanze di spazio Morris, abbandonate per venti anni, sei studenti al termine degli studi presso l’Accademia di Belle Arti Santa Giulia di Brescia: Valeria Cavagnoli, Valentina Dotti, Silvia Inselvini, Francesca Longhini, Paolo Richetti, Lucia Seghezzi si sono messi alla prova. Gli artisti invitati da Stefano Mandracchia, questa volta in veste di docente e curatore, anziché di artista, hanno ideato opere site specific. Il titolo della mostra, I CAN NO LONGER ASSOCIATE MYSELF, è la frase incompiuta che Rosemary legge sui documenti abbandonati dalla vecchia proprietaria della casa di recente acquistata, una frase che racchiude anche il concetto di singolo in relazione ad un gruppo. I CAN NO LONGER ASSOCIATE MYSELF è una frase che, in qualche modo, tutti i partecipanti al progetto (compreso il curatore) potrebbero dire o pensare, perchè in un certo senso questa mostra segna la fine di un certo tipo di rapporto tra tutti loro.

I CAN NO LONGER ASSOCIATED WITH MYSELF is a collective tribute to Rosemary's Baby, movie by Roman Polanski. The houses in the films of the polish-french film director are often animated by the signs and memories of those who used to live into, are living organisms where the traces of the past stars of the film are disturbing. By this connection between the movie and the rooms of spazio Morris, closed for twenty years, six students after completing their studies at the Fine Arts Academy of Brescia Santa Giulia: Valeria Cavagnoli , Valentina Dotti, Silvia Inselvini, Francesca Longhini , Paolo Richetti, Lucia Seghezzi test themselves. The artists invited by Stefano Mandracchia, this time as teacher and curator, rather than as an artist, have created site specific works. The show's title, I CAN NO LONGER ASSOCIATED WITH MYSELF, which is the unfinished sentence that Rosemary read on the documents abandoned by the former owner of the house recently purchased. A sentence that encompasses the concept of individual in relation to a group; a sentence that, somehow, all participants in the project (including the curator) may say or think, because this exhibition marks the end of a certain kind of relationship between them all.

DON'T TURN OFF THE DREAM
Chiara Mazzetti 08.04.2011
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photos & Press Release

“Donʼt turn off the dreams” è una breve video-proiezione.

È la desolazione della solitudine, un climax di movenze e reazioni

allʼinterno di unʼatmosfera (apparentemente) onirica.

Come se esprimesse il distacco dal mondo,

un distacco scandito da solitudine e dispercezione,

dando spazio allʼassenza.

Donʼt turn off the dreams pone in secondo piano la presenza

è il rapporto sognato,

in un isolamento in cui lʼunico vero rapporto che commuove

17 apr 2011

RIIIP
Sara Gallotto
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16.04.11
h 18.00
photos & press release ____________________________________

Telesette pag. 146

Quattroruote pag. 359

Vogue Italia pag. 207

Flash Art pag. 140

Pig magazin pag. 140

THE INNOCENT EYE
Marta Patlewicz
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photos

3 apr 2011

DON'T TURN OFF THE DREAM
Chiara Mazzetti
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08.04.2011 h.18.00

24 mar 2011

BEHIND THE DRAG
Morena Lusenti
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photos&press release

drag queen /’dræg kwi:n/ n [C] slang

a homosexual man who dresses as a woman

[ref. Longman dictionary]

Termine inglese per definire attori o cantanti, in prevalenza (ma non necessariamente) gay, che si esibiscono in canti e balli, di frequente dai connotati maliziosi, indossando abiti femminili. Gli abiti e il trucco hanno caratteristiche esagerate, caricaturiali, quasi grottesche, per ottenere effetti comici, drammatici o satirici. A volte vengono elaborati costumi che ricordano o imitano cantanti famose o celebrità di altro genere. Il termine non si applica alle persone transessuali che hanno effettuato il cambio di sesso, e generalmente neppure ai travestiti, che si travestono per fini diversi da quello dell'intrattenimento e dello spettacolo. Un altro significato del verbo "to drag" è: "trascinare"; una linea di pensiero vuole per questo che Drag queen derivi dall'espressione "regina dello strascico", per i vestiti lunghi che le Drag portavano originariamente. L’unico scopo è l’esibizione, nelle parate di gay pride, in cabaret, discoteche o feste private.

Il Drag show consiste in una varietà di canzoni, monologhi e improvvisazioni di singoli o gruppi di attori. Questo fenomeno è parte della cultura gay occidentale contemporanea.

L’artista ritrae i personaggi dietro le quinte di una discoteca, prima della loro esibizione. Il processo di preparazione di ogni singolo attore è molto lungo, dura all’incirca due ore. L’attenzione a ritrarre i dettagli dei singoli oggetti è a tratti maniacale. Nell’insistenza sul particolare si vuole sottolineare l’esagerazione di ogni singolo aspetto drag, dalle lunghe ciglia finte ai plateau eccessivi delle scarpe.

L’artista toglie la saturazione dei colori alle immagini; compie questa scelta per rendere la composizione elegante. Il risultato contrasta il reale soggetto della fotografia, il quale è tutto tranne che sobrio. Un’ulteriore motivazione a questa scelta stilistica è il voler elevare a vera e propria forma d’arte la messa in scena del fenomeno Drag queen, il quale - per il grande pubblico - arte non è.

Mantenere il colore originale di alcuni particolari su poche fotografie non fa che esaltarne, d’improvviso, la vivacità e lo splendore che in ogni altro scatto in bianco e nero vengono tenuti nascosti; ne esplode così, ogni volta, un carnevale di fuchsia e glitter.

15 mar 2011

Marta Patlewicz
THE INNOCENT EYE
New Zealand's self portrait
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opening 24.03 h 19.00
dal 25 al 27 dalle 17.30/19.30

press release

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‘THE INNOCENT EYE'

Documentary Art Project (New Zealand’s self portrait)

Marta Patlewicz

‘The Innocent Eye’ is a collaborative project between Marta Patlewicz and 30 artists from various countries and different creative fields. This began in New Zealand in 2010 and was continued by the artist in England.

Almost any scene has the potential to become a meaningful picture. The project started as an investigation into how much we actually don’t see. It aimed to capture what was beyond the artist’s vision. The medium used for the project was a ‘concealed’ video-camera attached to the artist’s bag. The footage was converted to stills, and then the participating artists were asked, which of those images made the biggest impact on them.The project re-examines the differences and equivalences between the active ‘subjective gaze’ of a photographer and the passive ‘mechanical vision’ of a camera.

‘The Innocent Eye’ looks at the strength of an image that does not reside in the picture itself or in the ‘excellence’ of its maker, but as the result of interaction between viewer and viewed. Participants have also written a short ‘narration’ for the photographs of their choice – descriptions of the pictures as seen by them.

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about the artist

Marta Patlewicz is born in poland

living and working internationally

Currently studing at UCA Canterbury, UK

She's interest in photography and moving image, painting, fashion design

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more info about this project

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Marta Patlewicz
THE INNOCENT EYE
New Zealand's self portrait
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opening 24.03 h 19.00
dal 25 al 27 dalle 17.30/19.30

11 mar 2011

BEHIND THE DRAG
Morena Lusenti
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giovedì 17 marzo · 18.00 - 21.00
ISTANTANEE DIVERGENTI
Collettiva fotografica
Carloalberto Treccani/Stefano Scarano/Silvia Rivetti
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opening 10.03.2011 alle 18:00
(apertura fino a domenica 13 orario 16-19)